Marracash: "È finita la pace" (2024) - Recensione
È finita la pace, la bolla è scoppiata, Marracash si riprende la scena e si prepara ad una nuova stagione di concerti live nei più grandi stadi d'Italia. Intanto sulle piattaforme online questi ultimi brani sono i più ascoltati del momento, mentre aspettiamo, con la stessa ansia che hanno i bambini a Natale, la consegna del vinile nella seconda metà di gennaio.
Cambia completamente il sound in "Factotum", traccia in cui fa capolino, abbastanza a sorpresa, il reggae per una canzone sul suo passato in cui svolgeva lavori saltuari, tra la logistica e l'edilizia, accanto ad immigrati e altri sfruttati che, come lui, dopo dure giornate di lavoro ritornavano in situazioni abitative precarie. Liriche che parlano direttamente e senza alcun filtro del disincanto che riguarda chiunque debba fare il conto con un basso potere nel mondo del lavoro, poco referenziati, senza aiuti ed abbandonati da un Dio che "se ne fotte".
La scelta dell'aria "Un bel dì vedremo" tratto dall'opera "Madame Butterfly" di Giacomo Puccini, magistralmente cantata dalla voce di Maria Callas, dona un tono molto solenne e profondo alla traccia "Vittima". Marracash vuole togliere gli alibi a tutte le persone che non riescono a prendersi la responsabilità del proprio destino perchè continuano a trasferire su fattori esterni ("la zona ... gli istituti ... la famiglia storta") le ragioni dei propri fallimenti e cucendosi addosso il vestito della vittima. Così come si scaglia contro la spettacolarizzazione del proprio dolore ("Chi piange pubblicamente, come fa? Così arrivista che monetizza l'umiliazione") per poi chiudere la traccia con un incoraggiamento a liberarsi dei soprusi ricevuti, concedendo un laico perdono, per rinascere e rinnovarsi.
"Troi*" è una traccia veloce, viscerale, a tratti animalesca ed è la provocazione che Marracash lancia, nel cercare una parola che possa definire - meglio delle classiche ma con accezioni spesso positive "Playboy, Don Giovanni o Casanova" - l'uomo che vive di rapporti occasionali frequenti e che sfugge ad una relazione fissa ("Situationship, poliamore, è il mio caso"). Non ha rimorsi, nè ripensamenti per le sue scelte ma certamente vuole rimarcare che alla fine il giudizio deve essere bilanciato perchè "non è amore di certo. Però siamo due persone, non è mai solo sesso".
"Pentothal" è una canzone sulla capacità di dire la verità, facendo autocritica partendo proprio da se stessi: "Ogni tanto sospetto di essere orribile ... Sciocco, egoista, vile, insensibile". Questo brano è l'ulteriore passo verso un racconto più intimo ed introspettivo del suo percorso di vita, nel quale ammette di essere allo stesso tempo oggetto di attenzione ("brutta persona di bell'aspetto") da parte del mondo femminile per poi soffrirne come detta il karma ("il manipolatore manipolato"..... "stanzi dentro il mio cuore per prenderlo a usocapione"). Su un ritmo lento ed un'atmosfera ovattata le sue liriche, passando dall'esser sussurrate ad urlate disperatamente, raccontano anche del paradosso di voler essere autentico per poi cadere sempre nel proprio circolo di bugie: " Io non so dire mai la verità, senza mentire" ed implorando di farsi somministrare il farmaco siero della verità.
"Lei" è il ritratto di una donna ideale, irraggiungibile, impossibile ("non credo che esista"). Una donna con cui il rapporto sarebbe paritario ("non vuole attenzioni che costano"), libero e non possessivo, ma anche esclusivo ("non è mia, non sono suo, ma quando siamo assieme siamo solo noi"), ma forse proprio per questo così raro che potrebbe non superare l'esame di una lunga notte per poi svanire al risveglio ("lei è come una festa che finisce all'alba").
"Happy end" decreta la fine della trilogia del percorso di maturazione ed introspezione ("con Persona - il primo album dei tre uscito nel 2019 - finisce la pace") che Marra ha intrapreso anche grazie alle vicende sentimentali e musicali. Afferma il valore di raggiungere la propria consapevolezza, di fare delle scelte e rinunciare ai compromessi essendo fieri dei risultati raggiunti.
Marra va subito al punto con "Power slap" e dispensa ceffoni a destra e manca per i vari personaggi che popolano la scena musicale nazionale in declino ("ogni anno si abbassa l'asticella") affermando la sua leadership con il "settimo disco al top del genere". Appella i pretendenti come "fenomeni da baraccone" che farà "esplodere con il cercapersone" (riferendosi alla sofisticata tecnica di eliminazione dei rappresentanti di Hamas in Libano da parte del Mossad israeliano, rivelando quanto sia anche recente il testo di questa traccia) e non lesina nemmeno commenti ironici rivolti a Lazza e Fedez sia per la birra che hanno lanciato sul mercato, che per gli episodi di risse che coinvolgono i body guard. Le barre sono tutte dirette e letali "come un'arma" e Marra rivendica la sua coerenza affermando "non fingo, e intingo nel veleno la mia penna" perchè "con le buone non cambi le cose" e conclude cantando la fine della tregua per tutti quelli che tentano di diventare qualcuno "seguendo le orme di qualcun altro".
Il ritmo e l'energia non si abbassano con "Crash" ma il target si sposta dalla scena rap a quella sociale italiana, in cui "si allarga la forbice" tra ricchi e poveri mentre la propaganda anacronistica di un "governo di fasci" pensa di "riempire il vuoto con l'ordine". Marra poi indirizza le sue attenzioni alle "cattive notizie" di una "guerra in background" e delle varie bolle speculative, epidemiche e climatiche che stanno scoppiando in un grande crash mentre le persone si nascondono dietro un like, "tutti zitti in un luogo chiuso" nella propria comfort zone.
Ne "Gli sbandati hanno perso", brano dalla ritmica più pop dance, le liriche scorrono una lunga lista di sogni e speranze di una generazione di mezzo che ha perso la propria pace, e che si ritrova "piena di guai" rifuguandosi tra il superlavoro, le droghe, gli psicofarmaci ma che alla fine, sia la guerra che la propria pace l'hanno già persa.
La title track dell'album "È finita la pace", usa un sample di Ivan Graziani, la sua "Canzone triste", per denunciare l'eccessiva influenza degli algoritmi delle piattaforme online e le logiche commerciali dell'industria discografica. Ma questa canzone assume anche altri due significati: un primo interiore, risultato della solitudine (nella bolla in cui è ritratto nella grafica) in cui questo album è stato concepito e registrato (nessun featuring in completa controtendenza con il music business) ed un ultimo significato più globale sullo stato preoccupante del pianeta afflitto da varie guerre ("chi finanza il genocidio a Gaza?").
In "Detox/Rehab" Marracash vuole riazzerare tutto: il ritmo si abbassa e su un giro di chitarra acustica sembra quasi di passeggiare di notte ascoltando la musica in cuffia, fischiettando un ritornello alla ricerca di se stesso. Ed è una bella sensazione in cui crogiolarsi ("non stavo così bene da un pezzo. Non cercarmi sto in un altro universo") prima di rimettersi l'"elmetto" e di buttarsi nella mischia.
L'atmosfera introspettiva prosegue in "Soli", brano lento ed evocativo che gira sul campionamento del brano dei Pooh del 1990 "Uomini soli". Da questo brano riprende anche il tema della solitudine in cui uomini, pur di diversa natura ed estrazione sociale, si ritrovano tra "dilemmi e sogni". Fabio Marracash era solo un bambino di 11 anni quando ascoltava il brano dei Pooh, gruppo tanto amato da sua madre, mentre viaggiava d'estate in auto con la famiglia da Milano verso la Sicilia, ma ha voluto riportare questa canzone dal passato per parlare di sè ed invitare altri rappers ad aprirsi, ad uscire dalla finta corazza di gangster di strada.
Per "Mi sono innamorato di un AI" Marracash riprende, rallentandolo, un sample dal brano "Lunedì" (2021) dell'innovativa voce sarda Chiara Floris come intro ed interludio a questa traccia in cui affronta il controverso rapporto verso l'Intelligenza Artificiale. Tre strofe con ritmi e target diversi: nella prima, su un ritmo lento ed un basso pesante, le parole sono scandite come pietre che cadono spaccando i pavimenti e sono indirizzati al mondo musicale e discografico in cui si corre troppo dietro agli algoritmi di "successo" per la composizione e pubblicazione dei brani. Anche la seconda strofa si sviluppa sugli stessi ritmi e flow, ma il focus delle barre è l'effetto del mondo social che trita tutti con personaggi (NPC, Non-Player Character) che cavalcano dissing, dibattiti e vite vissute ormai più nel mondo virtuale che in quello reale. La terza ed ultima strofa invece chiude con un ritmo più veloce e Marra si ricollega di più al ritornello con sonorità "love" riprendendo serie televisive degli anni passate come "Supercar" e "Futurama".
Cambia completamente il sound in "Factotum", traccia in cui fa capolino, abbastanza a sorpresa, il reggae per una canzone sul suo passato in cui svolgeva lavori saltuari, tra la logistica e l'edilizia, accanto ad immigrati e altri sfruttati che, come lui, dopo dure giornate di lavoro ritornavano in situazioni abitative precarie. Liriche che parlano direttamente e senza alcun filtro del disincanto che riguarda chiunque debba fare il conto con un basso potere nel mondo del lavoro, poco referenziati, senza aiuti ed abbandonati da un Dio che "se ne fotte".
La scelta dell'aria "Un bel dì vedremo" tratto dall'opera "Madame Butterfly" di Giacomo Puccini, magistralmente cantata dalla voce di Maria Callas, dona un tono molto solenne e profondo alla traccia "Vittima". Marracash vuole togliere gli alibi a tutte le persone che non riescono a prendersi la responsabilità del proprio destino perchè continuano a trasferire su fattori esterni ("la zona ... gli istituti ... la famiglia storta") le ragioni dei propri fallimenti e cucendosi addosso il vestito della vittima. Così come si scaglia contro la spettacolarizzazione del proprio dolore ("Chi piange pubblicamente, come fa? Così arrivista che monetizza l'umiliazione") per poi chiudere la traccia con un incoraggiamento a liberarsi dei soprusi ricevuti, concedendo un laico perdono, per rinascere e rinnovarsi.
"Troi*" è una traccia veloce, viscerale, a tratti animalesca ed è la provocazione che Marracash lancia, nel cercare una parola che possa definire - meglio delle classiche ma con accezioni spesso positive "Playboy, Don Giovanni o Casanova" - l'uomo che vive di rapporti occasionali frequenti e che sfugge ad una relazione fissa ("Situationship, poliamore, è il mio caso"). Non ha rimorsi, nè ripensamenti per le sue scelte ma certamente vuole rimarcare che alla fine il giudizio deve essere bilanciato perchè "non è amore di certo. Però siamo due persone, non è mai solo sesso".
"Pentothal" è una canzone sulla capacità di dire la verità, facendo autocritica partendo proprio da se stessi: "Ogni tanto sospetto di essere orribile ... Sciocco, egoista, vile, insensibile". Questo brano è l'ulteriore passo verso un racconto più intimo ed introspettivo del suo percorso di vita, nel quale ammette di essere allo stesso tempo oggetto di attenzione ("brutta persona di bell'aspetto") da parte del mondo femminile per poi soffrirne come detta il karma ("il manipolatore manipolato"..... "stanzi dentro il mio cuore per prenderlo a usocapione"). Su un ritmo lento ed un'atmosfera ovattata le sue liriche, passando dall'esser sussurrate ad urlate disperatamente, raccontano anche del paradosso di voler essere autentico per poi cadere sempre nel proprio circolo di bugie: " Io non so dire mai la verità, senza mentire" ed implorando di farsi somministrare il farmaco siero della verità.
"Lei" è il ritratto di una donna ideale, irraggiungibile, impossibile ("non credo che esista"). Una donna con cui il rapporto sarebbe paritario ("non vuole attenzioni che costano"), libero e non possessivo, ma anche esclusivo ("non è mia, non sono suo, ma quando siamo assieme siamo solo noi"), ma forse proprio per questo così raro che potrebbe non superare l'esame di una lunga notte per poi svanire al risveglio ("lei è come una festa che finisce all'alba").
"Happy end" decreta la fine della trilogia del percorso di maturazione ed introspezione ("con Persona - il primo album dei tre uscito nel 2019 - finisce la pace") che Marra ha intrapreso anche grazie alle vicende sentimentali e musicali. Afferma il valore di raggiungere la propria consapevolezza, di fare delle scelte e rinunciare ai compromessi essendo fieri dei risultati raggiunti.
Fabio Marracash alla fine stappa il suo champagne per questo "viaggio ... fatto come andava a me", per un disco fatto senza featuring guests (ed è una novità di questi tempi), godendosi "il paesaggio che ho ritratto" e quindi per la sua "happy end": fiero di essere vero ("era duro quaggiù, vuoi insegnarmelo tu?"), di amare e rispettare la musica ("con la musica è seria la storia, ma per te è una troia da mettere a battere") e di essersi fatto da solo ("appaio per cortesia di me stesso").
E da ora in poi si darà in pasto alla sua gente in giro per l'Italia da Nord a Sud: la pace è finita, la sua Messa è iniziata.


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