The Cure: "Songs of a lost world" (2024) - Recensione
Un senso di strisciante nostalgia, mescolato a una dolce malinconia, pervade la mente mentre ci si accosta all’ascolto di "Songs of a Lost World", l’ultimo lavoro dei leggendari Cure. Dopo 16 anni di attesa, successivi all’uscita di "4:13 Dream", la band inglese ci offre un album profondo e intriso di emozioni. Le otto tracce, cadenzate dalla batteria, dalle linee di chitarra e dalla voce inconfondibile di Robert Smith, ci conducono in quell’angolo segreto del cuore dove i Cure hanno costruito il loro sacrario, accompagnando l’evoluzione musicale e personale di generazioni di fan.
Cinque brani – "Alone", "A Fragile Thing", "And Nothing Is Forever", "I Can Never Say Goodbye" ed "Endsong" – sono stati concepiti durante il tour "Shows of a Lost World", che ha toccato vari paesi nei 12 mesi a cavallo tra il 2022 ed il 2023. Nonostante siano stati eseguiti dal vivo in anteprima, questi pezzi hanno poi trovato compiutezza in studio. Per i fan, è imperdibile la registrazione del concerto del 1° novembre al Troxy di Londra, disponibile su YouTube: un’esperienza di tre ore che vede l’intero album eseguito dal vivo, accompagnato dai grandi classici della band.
L’album è interamente scritto e arrangiato da Robert Smith, l’anima eterna dei Cure, rimasto sempre fedele al timone della band. La musica si dipana con una calma senza fretta, trattenendo l’ascoltatore in un vortice emotivo infinito, come un addio impossibile tra due amanti. In una recente intervista, Smith ha dichiarato: "Volevo che questo album avesse un’atmosfera. Alcuni dei nostri dischi, come "Disintegration", "Pornography" e "Bloodflowers", hanno un nucleo emotivo. Anche questo disco voleva essere coeso, unitario."
Si parte con "Alone", un’apertura grandiosa che cattura immediatamente. La traccia inizia con un’introduzione strumentale di oltre tre minuti, dominata dal basso pulsante di Simon Gallup e dalla batteria ipnotica di Jason Cooper, mentre le tastiere di Roger O’Donnell tessono un’atmosfera densa e suggestiva. La voce di Smith entra con versi amari e disillusi: "This is the end of every song that we sing. The fire burned out to ash and the stars grown dim with tears." Il tema della fine, della morte e dell’ineluttabilità del tempo trova il suo perfetto contraltare nell’ultima traccia, "Endsong". Quest’ultima, una suite di oltre dieci minuti, si apre con sei minuti di pura musica, prima che la voce di Smith racconti un ricordo d’infanzia legato a una notte stellata condivisa con il padre durante lo sbarco sulla Luna. Il brano sfuma poi nell’inevitabile consapevolezza della perdita e nel senso di annullamento totale. È una canzone dai toni struggenti, lapidari, ed insieme con "Alone" sono l'alfa e l'omega, il primo ed ultimo anello di una collana di pietre preziose in cui sono incastonate le altre canzoni di questo che potrebbe essere il testamento musicale dei Cure, il loro ultimo lavoro per stessa ammissione di Robert Smith ... "I will lose myself in time, it won't be long"
"And Nothing Is Forever", seconda traccia dell’album, si distingue per i suoi toni celestiali. Un pianoforte etereo apre il pezzo, arricchito da campanelli e sintetizzatori che costruiscono un’atmosfera quasi cinematografica. Dopo tre minuti, l’ingresso della voce di Smith canta un amore eterno e illusorio, che trova conforto in un abbraccio che promette di durare fino alla fine.
Con "A Fragile Thing", si torna al sound anni ’80 dei Cure, fatto di basso e chitarra intrecciati sulla batteria incalzante. La voce malinconica di Smith esplora la fragilità di un amore ormai logorato dalla distanza e dalla solitudine, un tema che si sviluppa con una dolce rassegnazione.
Segue "Warsong", il brano più breve del disco: cupo e lento. Chitarre distorte e una batteria in controtempo creano una tensione emotiva che si sposa con testi che narrano di orgoglio ferito, sogni infranti e relazioni segnate da menzogne e conflitti.
"Drone:Nodrone" rappresenta invece il momento più energico del disco. Ispirato ad un episodio di violazione della privacy subito da Smith, il pezzo unisce elementi post-punk con un tocco moderno. Il ritmo serrato e la linea di basso vibrante si fondono con sintetizzatori atmosferici e battiti distorti, creando una tensione magnetica, mentre la voce di Smith suona più accattivante che mai.
In "I Can Never Say Goodbye", Smith affronta il dolore della perdita. Il brano, una riflessione sulla morte del fratello Richard, si apre con il rombo di un tuono che squarcia una notte piovosa di novembre. La voce di Smith, carica di emozione, trasmette tutto il peso di un addio mai pronunciato, in una canzone che si fa eco delle sue perdite più intime, inclusa quella dei genitori.
Il penultimo brano, "All I Ever Am", è apparentemente il più leggero e orecchiabile dell’album. Il ritmo vivace e la chitarra elettrica richiamano il classico sound dei Cure, ma sotto la superficie si cela un’ennesima riflessione malinconica sui ricordi e i sogni di una vita intensa.
Chiude il cerchio "Endsong", confermando ancora una volta che il tema dominante è l’incessante passaggio del tempo. Come ha spiegato Smith: "Le canzoni hanno sempre avuto questo elemento, la paura della mortalità. È sempre stato così, fin da quando ero giovane. Ma con l’età, diventa più reale."
"Songs of a Lost World" è un’opera rara e , che cattura l’essenza dei Cure, sospesa tra passato e presente, consapevole della propria caducità. Se questo album dovesse essere il canto del cigno della band, sarebbe un addio memorabile, degno di una leggenda.

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